New York e Altre Metafore
CURA
La Misura del Nostro Esistere di Sonia Borsato
C’è una teoria e c’è una pratica dei confini. La prima è legata a cartelli, segnali stradali, cartine, navigatori, biglietti. La seconda, invece, è fatta di spostamenti, superamenti e, soprattutto, cambiamenti. In questi attraversamenti definiamo ogni volta la misura del nostro esistere, dell’essere in opposizione a ciò che è altro da noi; costruiamo ciò che siamo rispetto a ciò che crediamo di (dover) essere; spogliamo lentamente la finzione per assaporare la realtà.
La narrazione fotografica di Gianluca Vassallo si dipana lungo confini di cui sonda lo spessore, scoprendoli a volte rigidi altre deformabili e, come un elastico teso, ci fanno rimbalzare tra ciò che desideriamo e ciò a cui apparteniamo, ben distanti da forme di abitazione convenzionale, per scoprire che, in realtà, questi limiti non esiterebbero neppure se non intesi come parte di un continuo, un tutto che i nostri occhi tentano di abbracciare e ricreare ogni volta, ad ogni battito di ciglia nuovo e da scoprire.
Le foto sono questo: una partitura attraverso cui cadenzare il sentire e registrare quella solitudine che mi isola dal resto del mondo, che definisce il mio essere uomo tra la gente, il mio essere contiguo eppure intimamente isolato nella folla.
Si coglie negli scatti di Vassallo una sottile commozione, come un fremito davanti a noi stessi, all’uomo e alla città rivelati attraverso un costante gioco di specchi – dalle vetrine dei negozi alle strade bagnate, dai finestrini della metro all’obiettivo della macchina fotografica -, gioco che, impietoso, rivela il solo mondo che ci interessa, quello sperimentato dai sensi e non imparato sui libri o dai film. È il mondo dove giocarci la libertà e la felicità, entrambe sommersa dal ritmo di un quotidiano dove si sbriciolano le nostre categorie.
La narrazione fotografica di Gianluca Vassallo si dipana lungo confini di cui sonda lo spessore, scoprendoli a volte rigidi altre deformabili e, come un elastico teso, ci fanno rimbalzare tra ciò che desideriamo e ciò a cui apparteniamo, ben distanti da forme di abitazione convenzionale, per scoprire che, in realtà, questi limiti non esiterebbero neppure se non intesi come parte di un continuo, un tutto che i nostri occhi tentano di abbracciare e ricreare ogni volta, ad ogni battito di ciglia nuovo e da scoprire.
Le foto sono questo: una partitura attraverso cui cadenzare il sentire e registrare quella solitudine che mi isola dal resto del mondo, che definisce il mio essere uomo tra la gente, il mio essere contiguo eppure intimamente isolato nella folla.
Si coglie negli scatti di Vassallo una sottile commozione, come un fremito davanti a noi stessi, all’uomo e alla città rivelati attraverso un costante gioco di specchi – dalle vetrine dei negozi alle strade bagnate, dai finestrini della metro all’obiettivo della macchina fotografica -, gioco che, impietoso, rivela il solo mondo che ci interessa, quello sperimentato dai sensi e non imparato sui libri o dai film. È il mondo dove giocarci la libertà e la felicità, entrambe sommersa dal ritmo di un quotidiano dove si sbriciolano le nostre categorie.