CURA Sideways di Sonia Borsato Nel 1936 Jacques Lacan rifletteva su quello che lui definì lo “stadio dello specchio”. La teoria è semplice: intorno ai 18 mesi di vita abbiamo il primo “incontro con noi stessi” riconoscendo la nostra immagine nello specchio. Nel momento in cui proferiamo “io” riferito ad un’alterità, diamo unità ad un corpo frammentario, un corpo indentitario che riconfermeremo negli anni attraverso lo sguardo, nostro e degli altri. Raramente, però, il riconoscimento speculare coinvolge la figura nella sua interezza; il più delle volte interpelliamo solo il viso come parte per il tutto, a rappresentare l’identità nella sua totalità. Cosa differenzia un atleta da un musicista? Un soldato da un religioso? I particolari diventano rivelatori: una certa luce nello sguardo, la fierezza nei modi o l’intensità del sorriso raccontano la quotidianità. Specchiandoci proiettiamo aspettative e vanità anestetizzando la percezione: vedo ciò che penso di essere producendomi in ciò che ritengo gli altri si aspettano che io sia. Ci si perde oscillando sulla soglia tra immaginario e simbolico. Ma non possiamo andare oltre. Lo specchio non ci lascia “entrare” nella nostra stessa immagine. Il gioco delle somiglianze, della scomposizione delle parti, dell’analisi e della riflessione non gli appartiene: intrattiene con il tempo un rapporto continuativo, senza cesure, senza che ci si possa soffermare. É al ritratto fotografico che spetta questo compito; è lo scatto che dà nuova realtà alla nostra immagine. Anzi, di più: la fotografia è ciò che lo specchio non potrà mai essere: la prova dell’esistenza. Di questo parla Photomoleskine: di esistenze, prove di un’attività emotiva, appunti di un viaggio senza mappa apparente. Quello che Gianluca Vassallo ricerca con i suoi scatti è una versione di autenticità diluendo questo peso identitario tra immagini e parole, un doppio binario del suo autoritrarsi in queste facce di sardi, stratificando rimandi e vicoli ciechi, fughe e scoperte inattese. Il tentativo finale, lo sforzo reale è quello di essere attivi, di opporsi ad un’accettazione passiva degli eventi, una stasi che sbriciola le coste di un’isola e accendere l’interruttore di un controllo attivo sul passare del tempo, sull’accadere delle cose, sul succedersi degli eventi. Per attuare questo piano Vassallo mette in campo implicazioni, energie, responsabilità che sovrastano una semplice soddisfazione estetica perché qui si tratta di rendere visibile il pensiero, l’orgoglio, il tentativo di un altrove; va a cogliere quel piccolo che rende grande la quotidianità, quella somma di gesti, posture, rughe che sono il vero segreto, più reale del reale proprio perché mai raccontato, mai volontariamente cercato. Guardando queste immagini viene in mente Andy Warhol – Non è forse la vita una serie d’immagini? - e ci si accorge che, proprio come diceva lui, è mentre ci viene mostrata che la realtà ci scivola sugli occhi, tra le dita, e si carica di senso.